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A domani!

Nel fango del Dio Pallone - Momenti di gloria (3)

 

Capitoli precedenti: presentazione - 1 - 2

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carlo petriniAll'inizio dell'estate 1966 ritornai al Genoa. Avevo come bagaglio sportivo la buona stagione che avevo giocato nel Lecce, e soprattutto il titolo di campione europeo della Nazionale italiana juniores.
Per il contratto parlai direttamente con il presidente genoano Berrino. Avrei giocato il mio primo campionato da professionista, in serie B, appena un gradino sotto l'Olimpo del Calcio, con uno stipendio di 300 mila lire nette al mese. Più l'alloggio: un appartamento che il presidente aveva nella zona di Principe, uno dei posti più belli di Genova dove mi trasferii insieme a mia madre. Lei, grazie al mio stipendio, pochi mesi dopo riuscì a smettere di fare la cameriera e questo è un fatto - forse l'unico - che ancora oggi mi fa sentire orgoglioso.
Mi feci prestare 300 mila lire da un capo della tifoseria genoana, Pippo Spagnolo (glieli avrei restituiti con i primi stipendi), e con i soldi che avevo risparmiato a Lecce comprai per 600 mila lire la mia prima macchina, una Mini blu. Feci tutto di nascosto da mia madre perché non avevo la patente, ma cominciai a scorrazzare lo stesso per le strade di Genova al volante della mia fiammante macchina. Una emozione incredibile, essere al volante, una sensazione di libertà e di potenza che diventò per me una nuova passione.
Avevo diciott'anni, e mi sembrava veramente di sognare. Pochi dei miei coetanei potevano essere più felici di come lo ero io. Facendo la cosa che mi piaceva di più - giocare a calcio - guadagnavo parecchi soldi, vivevo in un bell'appartamento, avevo una macchina, il mio nome era sui giornali sportivi, per strada cominciavo a essere riconosciuto come un divo. E le donne mi volevano, lo capivo da come mi guardavano, ero un bel ragazzone - ero alto 1,82 e pieno di muscoli - che sarebbe diventato ricco e famoso. Cominciavo a sentirmi un giovane Superman: le mani spaccate di mio padre, la morte in famiglia e la polenta di castagne erano ricordi che facevo di tutto per dimenticare.

Durante la preparazione precampionato ci buttai dentro un impegno da fanatico. Ero il più giovane titolare del Genoa, e capivo la necessità di riuscire a migliorare la mia muscolatura e il mio rendimento fisico per affrontare le responsabilità che mi aspettavano. Volevo diventare un vero campione, volevo guadagnare un sacco di soldi, volevo una macchina più potente, volevo avere tante belle donne.
Lo staff tecnico era formato dall'ex portiere dell'Inter e della Nazionale Giorgio Ghezzi (all'esordio come allenatore) e dal suo vice Franco Viviani. Intorno alla squadra c'era tanta attesa. Non potevamo mancare l'obiettivo: la nostra gloriosa società voleva ritornare in serie A. La formazione prometteva bene: Grosso, Campora, Colombo, Vanara, Bassi, Rivara, Taccola, Brambilla, Petrini, Locatelli e Gallina.
Il campionato cominciò male. Non riuscivamo a vincere, non giocavamo bene, e come se non bastasse i nostri "nemici" della Sampdoria andavano a gonfie vele. Dopo poche partite loro erano già primi in classifica, mentre noi stavamo scivolando verso il fondo.
La tifoseria genoana era già in subbuglio, la dirigenza era nera di rabbia, nella squadra il nervosismo aumentava.
Fu in quel periodo che cominciai a prendere confidenza con le partite combinate. Non c'era niente di strano: quando a tutte e due le squadre, per ragioni di classifica, conveniva il pareggio sicuro, cioè un punto, piuttosto che rischiare lo zero punti della sconfitta, ci si metteva d'accordo in varie maniere. O prima della partita, fra gli allenatori, oppure direttamente in campo, durante la partita, fra noi giocatori. In pratica imparai la prima delle cose che nel calcio si facevano -che tutte le squadre, più o meno spesso, facevano - ma che non si dovevano dire, che dovevano restare un segreto: i pareggi combinati.
A volte capitava qualche imprevisto, come successe durante l'incontro Padova-Genoa. Nello spogliatoio, poco prima di andare in campo, Ghezzi ci disse: «Carlo Petrini ho parlato con Rosa (allenatore del Padova) e ci siamo messi d'accordo per il pareggio. E' chiaro a tutti?». Ci andava bene: un punto sicuro in trasferta era il massimo che potevamo sperare, dato il momento difficile della squadra. Ma in campo mezzo Padova si impegnò per vincere, e ci riuscì: il loro allenatore, infatti, aveva informato dell'accordo-pareggio solo alcuni dei suoi giocatori, e tutti gli altri avevano giocato per la vittoria. Nel dopo partita Ghezzi era fuori dai gangheri: voleva prendere Rosa a cazzotti, noi giocatori, per impedirglielo, fummo costretti a tenerlo chiuso nello spogliatoio finché non si calmò.
La sconfitta-beffa di Padova rese ancora più nero il clima intorno e dentro al Genoa. Non riuscivamo a spiegarci perché, nonostante il nostro impegno, i risultati non arrivassero. Non sapevamo come fare per risalire la china, ma sapevamo che dovevamo farlo a tutti i costi.
Ogni tanto la società riusciva ad agganciare qualche arbitro. Per esempio, prima di Genoa-Varese (ma non sono sicuro che fosse quella partita), nello spogliatoio l'allenatore ci disse: «Ragazzi, oggi state calmi: l'arbitro è con noi». Però gli aiuti arbitrali erano rari, e non potevano fare miracoli. Ma il Genoa aveva proprio bisogno di miracoli.

In ritiro, Ghezzi e Viviani incominciarono a parlare della necessità che noi giocatori facessimo delle punture, delle «iniezioni di ricostituenti» per migliorare il nostro rendimento atletico in campo.
Prima ci furono degli "esperimenti", anche per dimostrarci che non dovevamo avere paura, non era niente di dannoso. Ghezzi preparava un liquido, se lo faceva iniettare e osservava su di sé le reazioni; a volte modificava la composizione del liquido. Un compagno di squadra mi disse che il nostro allenatore, ex portiere dell'Inter, di quelle "punture" se ne intendeva perché se le erano fatte per tanti anni nella squadra nerazzurra.
In tutta questa faccenda c'erano due cose sicure, anzi tre. La prima: il medico del Genoa non ne sapeva niente, queste punture ci venivano fatte di nascosto da lui. La seconda: se qualcuno di noi titolari le avesse rifiutate, avrebbe perso il posto in squadra e avrebbe fatto la figura del vigliacco. E la terza: nessuno di noi giocatori titolari si sognava di rifiutare quelle iniezioni, perché effettivamente non sembravano nocive e aumentavano davvero il nostro rendimento atletico in campo, avevamo più sprint. Ma c'era una quarta cosa sicura, anzi sicurissima: di quella faccenda noi giocatori non ne dovevamo parlare con nessuno, neanche in famiglia, per nessuna ragione, tanto è vero che non ne parlavamo nemmeno fra di noi. Così anche io, senza accorgermene, cominciai a imparare che nel calcio c'erano verità segrete che non si dovevano mai dire.

Nel giro di poche settimane quelle "punture ricostituenti" diventarono una regola nello spogliatoio del Genoa. Ce le faceva, durante la settimana, il nostro massaggiatore, Pino Boero, un ex pugile mezzo matto.
Faceva finta di giocare agli indiani: le siringhe erano piccole "frecce", e dopo avercele infilate nella chiappa Pino cantava come un indiano davanti al totem. Ricordo che nelle siringhe c'era un liquido rossastro, e che subito dopo l'iniezione bruciava parecchio.
Una domenica dei primi mesi del 1967, alla fine di una partita che giocammo a Marassi, rientrando negli spogliatoi vedemmo Giuliano Taccola, la nostra ala destra, che disteso su un lettino nello stanzone dell'infermeria si contorceva pallido come un cadavere.
Nessuno di noi pensò alle punture, erano diventate una tale normalità che per noi era come fare i massaggi o la doccia. Taccola morirà tre anni dopo, a 26 anni, e non si saprà bene perché.

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