
Una notte che lascia senza fiato
Dolore, responsabilità e uno sguardo che racconta un Paese intero
Quando ho visto Gennaro Gattuso dopo Bosnia‑Italia, mi sono sentito come se qualcuno avesse spento la luce all’improvviso. I suoi occhi erano lucidi, pieni di dolore, quasi persi. E guardandoli ho capito subito che non era solo il suo sguardo: era quello di un Paese intero che non sa più come reagire. Mancare il Mondiale per la terza volta di fila è qualcosa che va oltre il campo, oltre una partita sbagliata. È un colpo che arriva dritto al cuore del nostro calcio.
In momenti così, non si può pensare che tutto ricada sul commissario tecnico. Non sarebbe giusto. Non sarebbe vero. Lo ha detto anche Gattuso: per capire davvero cosa sia successo servirà tempo, calma e lucidità. E la lucidità, dopo una notte del genere, non può esistere. Non puoi chiedere freddezza quando senti crollare tutto quello che speravi.
Questa sconfitta non è un episodio isolato. È l’ennesimo capitolo di una storia che ormai conosciamo fin troppo bene. Dopo la Svezia, dopo la Macedonia del Nord, è arrivata un’altra serata che fa male solo a pensarci. E la realtà è difficile da accettare: oggi l’Italia non è più una grande del calcio mondiale. Lo dicono i risultati, prima ancora delle emozioni.
Eppure, quando guardo i nomi, mi chiedo come sia possibile. Gigio Donnarumma, Sandro Tonali, Moise Kean, Nicolò Barella, Marco Palestra, Riccardo Calafiori: giocatori forti, giovani, con qualità vere. Non è una Nazionale povera di talento. L’espulsione di Alessandro Bastoni ha complicato tutto, certo, ma non può essere l’unica spiegazione. Il problema è più profondo, più radicato, più difficile da sistemare.
In mezzo a tutto questo, però, c’è una persona che non ha mai smesso di metterci la faccia. Gennaro Gattuso. Anche nel momento più duro, non ha cercato scuse, non ha alzato la voce, non ha puntato il dito. È rimasto lì, in piedi, con quella sincerità che lo ha sempre contraddistinto. Quando ha chiesto scusa, ho sentito un nodo alla gola. Perché non meritava di portare da solo un peso così grande. Ma forse è proprio per questo che lo porta: perché è fatto così. Perché è uno che non scappa mai.
Alla fine, l’unico a uscire con dignità da quella notte è stato lui. Ma il fallimento è di tutti. È del sistema, della struttura, di un movimento che da troppo tempo non riesce più a costruire continuità e identità. E forse è questo che fa più male: non la sconfitta in sé, ma la sensazione che non sia più un’eccezione.
Mi resta impressa un’immagine: Gattuso che guarda nel vuoto, come se cercasse una risposta che non c’è. E in quello sguardo rivedo l’Italia intera, ferma, confusa, senza sapere da dove ricominciare.






