
A domani!
Carlo Ancelotti "Preferisco la Coppa": la partita perfetta, giocata la sera prima
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Nell’inverno del 2007 la Grecia era già nel mirino. Bastava saper aspettare, e nell’attesa il Milan ha preso Ronaldo dal Real Madrid, durante il mercato di gennaio. Eravamo sospesi fra mitologia e storia dell’arte. Il Fenomeno è un ragazzo straordinario, una persona sensibile, disponibile, umile, timida. L’opposto di quello che tutti pensano. Solo non aveva lo stimolo e la motivazione per allenarsi al massimo delle sue possibilità. Questo mi faceva tremendamente incazzare. Un attaccante così, io non l’avevo mai avuto: Ronie era e resterà unico nel suo genere. L’invenzione di una mente superiore.
Quando è arrivato a Milanello pesava un po’ troppo e per questo – almeno nel primo periodo – si è impegnato tantissimo: voleva dimagrire, anche se facevamo già fatica a convincerlo a lavorare con una certa continuità. Le sue doti erano straordinarie, uniche, e lui pensava che bastassero per farlo tornare il Ronaldo di un tempo. Tutto sbagliato.
Avevamo bisogno di lui in campionato. Io glielo dicevo, e lui ascoltava ma non troppo. Consideravamo il suo arrivo una grande scommessa: all’inizio ci credeva anche lui, quando ancora remavamo tutti nella stessa direzione. Poi ha mollato; nel momento in cui ha cominciato a fare gol si è seduto e, da lì in avanti, quella scommessa l’abbiamo persa tutti. Prima lui e poi il Milan.
Ronie ha tirato i remi in barca: un gran peccato perché aveva ancora delle grandissime potenzialità. Ero convinto potesse tornare a essere il calciatore più forte del mondo, aveva tutto per riuscirci, tutto tranne una cosa: la voglia. Nei primi tempi avevamo un ottimo feeling ma, quando ha preso a fregarsene, anch’io mi sono stancato di insistere. Non serviva arrabbiarsi e allora ho pensato: “Dai, ci lavoriamo la prossima estate”. Non è stato possibile: si è infortunato. Una volta, poi un’altra e un’altra ancora, fino all’operazione di Parigi. Se solo si fosse impegnato un po’ di più…
E sì che nello spogliatoio l’avevano accolto tutti bene. Si dice che al Milan si facciano dei sondaggi fra i giocatori più anziani prima di portare a termine un grande acquisto: non è esattamente così, ma non siamo neanche lontanissimi dalla realtà. Quando sta per arrivare un calciatore di una certa importanza, si ascoltano le sensazioni dei futuri compagni, ma non si chiedono pareri. I giocatori non hanno diritto di veto, semmai possono mostrare perplessità. Ad esempio, Christian Poulsen, molto prima di andare alla Juventus, aveva già fatto le visite mediche da noi: non era amato dallo spogliatoio, però non è stato quello il motivo per cui alla fine non l’abbiamo preso. Aveva un problema alla caviglia e i medici hanno dato parere negativo. Discorso diverso per Antonio Cassano: sarebbe stato di difficile collocazione in quel gruppo.
Insieme con Ronaldo, in quel mercato di gennaio è arrivato Massimo Oddo dalla Lazio. Il terzino destro che poteva far tirare il fiato a Cafu, un altro pezzo del mosaico verso la finale di Atene. Ormai era un’ossessione, ci pensavo sempre. Un occhio al Milan e un altro al Liverpool. Mezzo occhio al campionato e uno e mezzo alla Champions League. Negli ottavi di finale abbiamo faticato contro il Celtic Glasgow. Ai quarti ci è toccato il Bayern Monaco: abbiamo fatto 2-2 in casa, con grande preoccupazione e agitazione da parte di tutti, mentre Galliani stava ormai svitando l’ultimo bullone della mia panchina. Aveva quasi ultimato il lavoro tanto che, al ritorno all’Allianz Arena, ad allenare il Milan eravamo in due. Io e il fantasma di Marcello Lippi che aveva già trovato l’accordo per sostituirmi. Se fossimo stati eliminati dalla Coppa, Berlusconi avrebbe eliminato me.
In quel periodo i giocatori sono stati grandi, molto sensibili e affettuosi: mi facevano capire che stavano dalla mia parte. Non la vivevano con distacco. A Monaco di Baviera, grazie alla presenza di Ambrosini, ho ritrovato l’amatissimo modulo ad albero di Natale. Abbiamo vinto per 2-0, ha segnato anche Pippo: ha mirato in basso a destra, la palla è finita in alto a sinistra, partendo da una posizione di fuorigioco. Il classico gol alla Inzaghi. Noi in semifinale contro il Manchester United, il Liverpool contro il Chelsea: dai che ci siamo.
Prima partita all’Old Trafford, eravamo avanti per 2-1, abbiamo perso per 3-2. Sono diventato un grandissimo maleducato: sir Alex Ferguson – come da tradizione – mi aveva invitato a bere un bicchiere di vino nel suo stanzino, ma non ci sono andato. Ero troppo incazzato. “Inciuccati da solo che è meglio.” Prima della partita di ritorno, per scusarmi gli ho portato una bottiglia di Tignanello, rosso di Toscana, roba da sessanta euro o giù di lì, non da trecento secondo l’usanza interista.
La semifinale di ritorno è stata la partita perfetta. L’abbiamo giocata in un mondo fatato: ci sentivamo come Alice nel Paese delle Meraviglie, solo che le Meraviglie eravamo noi. Novanta minuti di brividi e gloria. Brividi di freddo anche, perché pioveva che Dio la mandava. Il che rendeva tutto ancora più magico. La domanda classica dei tifosi è: da dove è nata quella prestazione mostruosa? Quel clamoroso 3-0 con gol di Kaká, Seedorf e Gilardino? Al cinquanta per cento a Istanbul e al cinquanta per cento a Milanello, la sera della vigilia.
Ventiquattro ore prima di noi il Liverpool aveva giocato contro il Chelsea la sua semifinale di ritorno: il nostro centro sportivo in pratica non esisteva più, sostituito dalla curva di uno stadio. La mitica Kop di Anfield in trasferta a Carnago, provincia di Varese, ombelico del mondo rossonero. È qui la festa, nella sala riunioni, con trenta assatanati davanti al televisore. You’ll never walk alone, Liverpool. Non camminerai mai solo. C’eravamo noi, milanisti con la sciarpa rossa. Facevamo un tifo infernale contro il Chelsea (giuro solennemente che non succederà mai più…), erano spuntati cappellini e trombette. Un coro dietro l’altro. Mancavano birra e rutto libero, ma per il resto c’era tutto. È andata come volevamo.
Il Liverpool è arrivato in finale. Al che ci siamo guardati in faccia e abbiamo pensato tutti la stessa cosa: «Abbiamo già vinto». Sia contro il Manchester che contro il Liverpool. Avremmo potuto anche non giocare quelle due partite, tanto era già tutto scritto. I tifosi milanisti hanno bene in mente la seconda partita perfetta, quella contro il Liverpool. Ma senza sapere che, di fatto, noi l’avevamo già giocata con un giorno di anticipo.
Atene, arriviamo. Ve l’avevo detto, ragazzi. Galliani intanto era stanchissimo: aveva dovuto riavvitare tutti i bulloni della mia panchina. C’era un’euforia impossibile da raccontare, sapevamo che la Champions League sarebbe stata nostra, il Liverpool sapeva invece di essere spacciato. Fino a poche ore dalla finale avevo tenuto vivo un solo dubbio, legato all’attacco. Non avevo comunicato chi avrebbe giocato fra Gilardino e Inzaghi. Alberto stava meglio, Pippo era Pippo. Anche se adesso non lo ammetterebbero mai, alcuni giocatori sono venuti a chiedermi una cosa: «Non farai mica giocare Pippo? Ma non vedi come sta?».
In effetti era mezzo morto, eppure sapevo che quelle erano le sue notti. E poi prima di una sfida del genere si presentano tutti per reclamare un posto, anche quelli con le stampelle. Pronti per scendere in campo, dal primo all’ultimo. Ho scelto Inzaghi: ci ha regalato la Coppa con una doppietta.
Della partita non ricordo molto, del dopo tutto. Eravamo in ritiro in un albergo con una grande piscina, appena fuori Atene. C’è stata una festa con centinaia di persone, quando sono andati via gli intrusi ci siamo trasferiti a bordovasca, dove c’era un piccolo bar per i clienti, una specie di chioschetto. L’abbiamo prosciugato, dopo cinque minuti non si trovava più una goccia di alcool. Whisky, sambuca, rum, grappa, birra: tutto esaurito. I meno cotti di noi hanno iniziato a scommettere su chi sarebbe caduto in piscina per primo, eravamo tutti a rischio annegamento. Barcollavamo ma non mollavamo. Siccome eravamo campioni d’Europa, abbiamo tenuto un certo contegno: nessuno è crollato al di qua del bordo, ma molti al di là. Cioè sull’asfalto, facendosi un gran male. Intanto, Serginho mi abbracciava, quasi in lacrime: «Carlo, tu sei il mio papà».
Mentalmente ho iniziato a fare i conti, non era possibile. «Ma cosa dici, Sergio, sei più vecchio di me…»
«Sei il mio papà.»
«No, Sergio, davvero. Sei troppo brutto per essere mio figlio.»
«Papà…»
«Smettila. E poi come lo racconto a Katia e Davide, i miei due figli veri?»
E mi accarezzava la testa. Ma come cazzo avevamo fatto a vincere la Coppa? Che nel frattempo, poveraccia lei, era finita a letto con Galliani. Ancora una volta. Forse era vero amore.
Nel giro di poco tempo il nostro amministratore delegato avrebbe fatto il bis con la Supercoppa Europea (vinta contro il Siviglia) e la Coppa Intercontinentale (Milan-Boca Juniors 4-2, e così avevamo anche vendicato la finale persa con loro nel 2003). Ogni Coppa che alziamo per Galliani è una notte d’amore. Ecco perché ne sente spesso la mancanza.
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